martedì 18 agosto 2015

Rifiutiamo i Rifiuti: Sicilia tra commissariamento e inceneritori: “La p...

Sicilia tra commissariamento e inceneritori: “La pochezza politica ci relega ai margine dell’Europa” 



 di Carmelo Catania (sito)  martedì 18 agosto 2015



«Il decreto “sblocca Italia” secondo il governo era necessario per evitare l’infrazione alle direttive europee in materia di rifiuti. In realtà la UE aprirà un’ennesima procedura per il mancato rispetto dell’obbligo previsto di pretrattamento dalla Direttiva 99/31 sulle discariche e per il mancato raggiungimento degli obiettivi europei per la raccolta differenziata.»
Così il professor Angelini, intervenendo nel dibattito scatenato dall'intenzione manifestata dal governo Renzi di commissariare la regione siciliana e dare il via alla realizzazione di nuovi inceneritori.
Incenerire è antieconomico e insostenibile
«Lo “sblocca Italia” - scrive Angelini - considera l’incenerimento come indispensabile per la gestione dei rifiuti, mentre è solo uno dei pretrattamenti possibili, il meno conveniente economicamente e ambientalmente; richiede tempi lunghi di realizzazione (almeno 5 anni) e non può essere considerato una risposta sollecita a una necessità indifferibile.
I costi di investimento sono di almeno 4 volte superiori rispetto ad impianti a freddo di trattamento. La vera priorità è quella delle attrezzature e dei mezzi per la raccolta differenziata e l’impiantistica per riciclo e compostaggio.
L’inceneritore bruciando i rifiuti distrugge la potenzialità occupazionale e imprenditoriale del ciclo e del riciclo delle materie prime e seconde contenute nei rifiuti e necessita di due tipologie di discarica: ceneri volanti e scorie; produce inoltre, inquinamento atmosferico e accumulo nell’ambiente di sostanze altamente tossiche, che si insinuano nella catena alimentare ed è in collisione con lo sviluppo dei programmi e degli obiettivi di raccolta differenziata e con l’“Economia Circolare” dell’Unione Europea».

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Le alternative a termodistruzione e discariche
Le soluzioni alternative all'incenerimento e allo smaltimento in discarica esistono e sono puntualmente indicate dal docente palermitano.
«L’alternativa agli inceneritori e alle discariche è quella di dotare – sopratutto le aree più arretrate del Paese - di sistemi in grado di adempiere agli obblighi di pretrattamento dei rifiuti in discarica, un diffusione territoriale adeguata di impianti di compostaggio (uno ogni centomila utenti), programmazione e realizzazione a completamento di impianti di trattamento “a freddo” con recupero di materia dal rifiuto (sistemi di selezione e di stabilizzazione biologica, convertibili in impianti di trattamento dell’organico pulito (compost) e dei materiali provenienti dalla raccolta differenziata).
La precondizione per un risultato soddisfacente nella gestione sostenibile dei rifiuti è una buona raccolta dell’organico, in modo da rendere il rifiuto residuo meno “sporco” e più valorizzabile, e in questo l’Italia esportata modelli ed impianti nei vari paesi dell’Unione e non solo. Tutto ciò viene messo in crisi dalla necessità di reperire rifiuti per alimentare gli inceneritori.
La raccolta differenziata, le pratiche di riduzione, la minimizzare il rifiuto residuo, il ripensamento della produzione delle merci per favorirne il riuso/riciclo, rappresentano la struttura portante delle strategie ambientali ed economiche dell’Europa».
L'affossamento della differenziata in Sicilia
Perché in Sicilia la raccolta differenziata non ha mai preso piede? Di chi sono le responsabilità?
L’incenerimento richiede garanzie e ingenti risorse finanziarie, quantità prestabilite di materiali da bruciare, altrimenti rischia il collasso finanziario. Gli inceneritori rallentano o bloccano i programmi di espansione della raccolta differenziata e il recente caso della Sicilia è esemplare.
Per il professor Angelini: «Nel 2003 l’allora commissario-presidente della regione stabilì di realizzare quattro mega inceneritori per il totale dei rifiuti che si producevano in Sicilia. Le ricche e bastevoli risorse di cui disponeva il commissario di fondi statali, regionali ed europei, ammontavano a circa 700 milioni, da destinare principalmente agli investimenti per la realizzazione dell’impiantistica, di questi fondi, solo 10 milioni verranno impiegati per gli impianti per la raccolta differenziata: uccidendola nella culla; operazione ben riuscita come i numeri di oggi ci attestano, attraverso un’altra scellerata decisione, quella di frammentare il sistema di raccolta in 27 società d’Ambito. Oggi si è andato oltre la frammentazione e assistiamo "senza opposizione" all’autorizzazione da parte della regione di più di 200 ARO (Ambito di Raccolta Ottimale), ma questa vicenda per i suoi profili economici, tecnici e di illegittimità, merita un apposito approfondimento».
«Il bando per la realizzazione degli inceneritori in Sicilia - prosegue - garantiva un contratto “vuoto per pieno”, che costringeva per vent’anni a conferire all’incenerimento garantendo almeno il 65% dei rifiuti e in ogni caso, i comuni erano obbligati a corrispondere per vent’anni l’equivalente.
In Europa gli inceneritori e le discariche rappresentano il passato e non riceveranno finanziamenti comunitari, perché rappresentano la strategia inversa al VII Piano europeo per l’ambiente, sostenuto dall’Europarlamento, che ha chiesto l’abolizione di ogni finanziamento a discariche o inceneritori, impegnando la Commissione sulla “economia circolare”.
Senza finanziamenti in conto capitale e senza i sussidi alla produzione energetica da incenerimento (vedi il cosiddetto CIP/6 che ha distorto il mercato del settore in Italia), puntare sugli inceneritori comporterà un aumento delle tariffe dal 40 al 60%».
Il paese ha bisogno di strategie chiare
Per uscire da questo stato di perenne emergenza il sistema Paese per Angelini ha bisogno di «una strategia chiara e di investire in capacità di indirizzo, che è quella della raccolta differenziata e della riduzione, generalizzando le pratiche virtuose di tanti Comuni al Nord come al Sud, che devono diventare progetti per i comuni viciniori non virtuosi, anziché importare dall’estero tecnologie obsolete di un’economia del passato.
L’Italia ha avuto un ruolo importante nella innovazione dei sistemi di gestione dei rifiuti, per la produzione di macchinari, tecnologica e ricerca, che esporta nel mondo, per il trattamento, il riciclo e il riuso dei rifiuti».
L’Europa va “verso un’economia circolare” che si prefigge di aiutare gli stati membri a diventare una società del riciclaggio, per non gettare in discarica o bruciare (economia lineare), la preziosa materia prima contenuta nei rifiuti.
A partire dal famoso rapporto “The limits to growth” (1972), la crisi ambientale si è venuta inizialmente definendo come i limiti fisici di una crescita fondata sul consumo illimitato delle risorse naturali, ma già anni prima la critica ai fondamenti economici del mercato aveva trovato proposte interessanti e innovative nell’esigenza di passare dall’ “economia del cowboy” a quella della “navicella spaziale”, sostenuta da Kenneth Boulding, e aveva tentato con Georgescu-Roegen di estendere le leggi della termodinamica a regolare l’economia nel consumo delle risorse naturali. La proposta di perseguire uno “stato stazionario” del ciclo produzione–consumo avanzata da Herman Daly sembrava una risposta interessante al “predicament of mankind” denunciato dal rapporto commissionato dal Club di Roma7.
Il Settimo Programma d’azione europeo in materia di ambiente
«Il Settimo Programma d’azione europeo in materia di ambiente (periodo 2013-2020) - continua Angelini - intitolato “VIVERE BENE ENTRO I LIMITI DEL NOSTRO PIANETA”, coglie dopo più di quarant’anni il monito del rapporto “The limits to growth”, redatto da Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows, Jørgen Randers e William W. Behrens III. Rapporto, basato sulla simulazione al computer, che presenta gli scenari e le conseguenze della continua crescita della popolazione sull'ecosistema terrestre e sulla stessa sopravvivenza della specie umana.
L’Unione europea si prefigge oggi come obiettivo generale, cercare di migliorare la qualità della crescita economica e delle altre attività umane in modo da aumentare in misura significativa l'eco-efficienza».
Il Programma evidenzia come, nonostante alcuni importanti traguardi raggiunti, sia necessario affrontare ulteriori sfide e si fonda sul principio "chi inquina paga", sul principio di precauzione e di azione preventiva e su quello di riduzione dell´inquinamento alla fonte e definisce un quadro generale per la politica ambientale fino al 2020, individuando gli obiettivi prioritari da realizzare:
a) proteggere, conservare e migliorare il capitale naturale dell´Unione;
b) trasformare l´Unione in un´economia a basse emissioni di carbonio, efficiente nell’impiego delle risorse, verde e competitiva;
c) proteggere i cittadini da pressioni e rischi ambientali per la salute e il benessere;
d) sfruttare al massimo i vantaggi della legislazione dell’Unione in materia di ambiente migliorandone l’attuazione;
e) migliorare le basi di conoscenza e le basi scientifiche della politica ambientale dell’Unione;
f) garantire investimenti a sostegno delle politiche in materia di ambiente e clima e tener conto delle esternalità ambientali;
g) migliorare l´integrazione ambientale e la coerenza delle politiche;
h) migliorare la sostenibilità delle città dell´Unione;
i) aumentare l’efficacia dell’azione della UE nell’affrontare le sfide ambientali e climatiche a livello internazionale.
«Nel settore dei rifiuti questa strategia richiede – conclude Angelini per non essere esclusi da un segmento industriale così importante - la progettazione dei processi di produzione dei prodotti che devono “essere ripensati per essere utilizzati più a lungo riparati, ammodernati, rifabbricati o, alla fine riciclati, invece di essere gettati. Per far ciò è necessario attivare politiche idonee a favorire modelli aziendali innovativi che instaurino un nuovo tipo di relazione tra le imprese ed i consumatori”, programmi specifici sulla riduzione dei rifiuti e sull’incremento del recupero e del riciclo degli stessi nella prospettiva di abolire il ricorso alle discariche. Basta adottare come base progettuale l’adozione delle migliori pratiche e delle migliori politiche di gestione dei rifiuti, verso il mondo imprenditoriale basato sulla “ecocreatività” e capace di mettere in campo conoscenze, tecnologie ed innovazione per la realizzazione di prodotti ecosostenibili e l’elaborazione di sistemi del riciclo. Questi sistemi sono in grado di favorire la ripresa economica, sviluppare i livelli occupazionali, perseguire un benessere solidale e duraturo. Dovrebbe sorgere il sospetto che è sbagliato TENERE SEPARATI, o relegare nella politica dei “due tempi”, i diversi aspetti della crisi, quello finanziario ed economico-produttivo da quello delle risorse naturali, dell’ambiente, dei cambiamenti climatici».
Le azioni sulle quali concentrarsi sono:
1. Realizzazione di centri di preparazione e di ricerca per il riutilizzo dei rifiuti;
2. Realizzazione di distretti industriale del riuso;
3. Raccolta e riciclo dei PSA;
4. Produzione di imballaggi green;
5. Paperless;
6. Riutilizzo eccedenze alimentari. Fondamentale in questo processo il ruolo dell’intero sistema imprenditoriale chiamato a sostenere investimenti nel settore del riciclo, a svolgere attività di ricerca nel campo della progettazione e realizzazione dei prodotti ecosostenibili, a promuovere l’acquisto di tali prodotti.
7. Misure di sostegno regionale e incentivazione dei Comuni a sviluppare misure di fiscalità di vantaggio a favore delle Imprese che decideranno di investire risorse nel campo della prevenzione, del riuso o del riciclo dei rifiuti, ad incrementare il mercato del riciclo mediante il potenziamento degli acquisiti verdi, a promuovere la creazione di una rete di rapporti, culturali, scientifici, istituzionali, territoriali ed economici atti a sostenere e pubblicizzare il sistema imprenditoriale operante nel campo dell’economia circolare, a diffondere le migliori tecnologie disponibili, le buone pratiche ed i migliori risultati promuovendo misure premiali, a promuovere la creazione di un marchio unico per le società operanti nel campo dell’economia circolare dando evidenza alle imprese che partecipano al progetto.
8. Nella messa a punto di proposte imprenditoriali, la qualità e la quantità di raccolta deve essere compatibile con il business. E la “collaborazione” dei cittadini (da incentivare) o comunque dei “fornitori dei rifiuti” sia fondamentale per arrivare ad una separazione quanto più spinta possibile.
9. Favorire un ambiente economico in grado di attrarre nuovi investimenti, in virtù del fatto che esiste un know how specifico ed un territorio aperto all’innovazione (vedi start Up, incubatori d’impresa, dipartimenti universitari, CNR ed ecc.)
10. Efficienza produttiva e distributiva (vicinanza tra mercati di sbocco e materie di approvvigionamento), il costo di trasporto incida profondamente nei prezzi di acquisto o di vendita o, non da ultimo, in cui la disponibilità di particolari materie prime necessiti di una trasformazione in loco dell’industria alimentare).





I RIFIUTI IN SICILIA COSTI IL PERSONALE Tributi AFFARI TERMOVALORIZZATORI.












Genchi Pellerito
Dipartimento AMBIENTE SICILIA CUFFARO LOMBARDO ITALCEMENTI Termovalorizzatori
Bertolino Libro Bianco 19-10-05


































Incompatibile
con i veleni di Totò

Gioacchino Genchi, ex leader del
movimento studentesco palermitano del '68, tutto poteva immaginare nella vita,
tranne che avrebbe avuto di nuovo a che fare, quasi quarant'anni dopo il '68,
con quel “tipo strano” che frequentava le assemblee del collettivo della
facoltà di scienze e poi andava a denunciare gli studenti alla polizia. Quel
“tipo strano”, che gli stessi studenti allontanarono a calci nel sedere
dall'università appena scoprirono che era un infiltrato, un paio di mesi fa è
diventato nientemeno che direttore generale del dipartimento territorio e
ambiente nel medesimo assessorato della Regione Sicilia, dove Gioacchino Genchi
dirige da diversi anni l'importante “Servizio 3”, quello che si occupa della
tutela dall'inquinamento atmosferico.
L'ex infiltrato - peraltro reo
confesso – nel movimento studentesco, ex militante del Msi e poi di An, e ora
alto dirigente regionale in quota dell'Mpa di Raffaele Lombardo, è insomma il
suo nuovo capo gerarchico e in virtù di questo potere l'8 gennaio scorso ha
deciso che per “ordini superiori” Gioacchino Genchi non deve più dirigere quel
Servizio. Senza curarsi minimamente della legge (la numero 241 del '90 sui
procedimenti amministrativi), Pietro Tolomeo, il suddetto direttore generale,
ha quindi preso carta e penna e senza alcuna motivazione né preavviso gli ha
revocato l'incarico in seduta stante, destinandolo in un'altra sede.
“Conseguentemente a ciò e ribadendo la richiesta già avanzata per le vie brevi
– è stata la sua intimazione scritta – le si chiede di consegnare
immediatamente allo scrivente tutta la documentazione e il registro di
protocollo interno relativi al Servizio 3 ancora in suo possesso”. Dalle parole
è poi passato ai fatti. Di fronte alle resistenze di Genchi a lasciare il suo
posto di lavoro, Tolomeo – che come avrete già capito è uno che gli “ordini
superiori” li esegue davvero alla lettera – ha infatti cominciato lui stesso a
sgomberare scaffali e scrivanie dall'ufficio del funzionario, tentando, in sua
assenza, di prelevare anche documenti dal suo computer. Ma non è finita, perché
Tolomeo - che è un tipo abbastanza grosso di statura e a quanto pare anche
abbastanza manesco -, l'11 gennaio, e cioè tre giorni dopo aver dato il
benservito a Genchi, visto che quest'ultimo e uno dei suoi collaboratori
insistevano cercando di fargli capire che la revoca dell'incarico senza
giustificato motivo è nulla, e che proprio per questo motivo i documenti che
lui pretendeva non glieli avrebbero consegnati, Pietro Tolomeo è saltato su
tutte le furie e si è avventato fisicamente addosso ai due interlocutori.

Perché e per conto di chi?

Adesso tutta questa storia è
nelle mani della magistratura, alla quale Gioacchino Genchi – contro la cui
rimozione sono scesi in piazza ambientalisti, comitati di cittadini, sindacati
o di base e politici regionali – si è subito rivolto per difendere i suoi
diritti. Ma a questo punto la domanda è: perché Pietro Tolomeo ha fatto quello
che abbiamo appena raccontato?, o meglio: per conto di chi ha eseguito
quell'”ordine superiore” come ha lui stesso confidato a Genchi? Date le
caratteristiche del personaggio, tutte le ipotesi sono ovviamente plausibili,
ma tendiamo ad escludere che si sia trattato di una sua vendetta postuma per i
fatti universitari del secolo scorso. Il suo passato di fascista e di spia
della polizia, a parte i metodi, al 99,9% non ha alcun legame con l'epurazione
dell'ex leader sessantottino dal Servizio antinquinamento. Un Servizio – è bene
sottolinearlo – che è come il fumo negli occhi sia per le grandi lobby chimiche
che operano nell'isola che per lo stesso potere siciliano.

Le origini della rimozione di
Genchi, già vittima l'anno scorso di una simile ritorsione, vanno quindi
rintracciate tra i numerosi provvedimenti che il “Servizio 3” da lui diretto
stava per emettere o ha emesso nei mesi più recenti. Tra questi la clamorosa
chiusura della distilleria Bertolino di Partinico, la più grande e la più
inquinante fabbrica etilica d'Europa, di proprietà della cognata dell'ex
“ministro dei lavori pubblici” di Cosa nostra, Angelo Siino (poi pentito) e
nella quale si sarebbero, fra l'altro, tenute varie riunioni della Cupola di
Bernardo Provenzano. Poi ci sono le drastiche misure nei confronti di alcune
industrie catanesi del mattone che impastavano ceramica con i fanghi tossici
dei petrolchimici del siracusano, e del cementificio di Isola delle Femmine
(Italcementi) per l'uso del Pet Coke come combustibile per alimentare gli
impianti che da anni avvelenano terra mare e cielo della località alle porte di
Palermo.

Insomma di interventi scomodi il
direttore del “Servizio 3” ne ha firmati parecchi e altri ne aveva in serbo,
come quelli rivolti ai petrolchimici di Gela, Augusta e Priolo. Ma gli indizi
maggiori della sua rimozione portano dritti dritti ai quattro mega inceneritori
di rifiuti che il presidente della regione Totò Cuffaro vuole realizzare a
tutti i costi in Sicilia: è un business colossale di circa 2 miliardi di euro
che non può, anzi non deve assolutamente sfumare per colpa di un funzionario
troppo ligio al proprio dovere, e che soprattutto non intende piegarsi alle
pressioni del governatore.

A Genchi il piano rifiuti di
Cuffaro non è mai piaciuto, c'è troppa puzza di bruciato. E infatti non lo ha
mai approvato. Ma non lo ha bocciato per un capriccio politico. Tant'è che
nessuno, neanche lo stesso Cuffaro, gli ha mai mosso un simile rimprovero. Il
no del “Servizio 3” alle autorizzazioni delle emissioni di gas in atmosfera –
preliminari per l'avvio dei cantieri – tende semplicemente ad applicare le
normative, italiane ed europee, sulla tutela dell'ambiente e della salute dei
cittadini. I quattro inceneritori – previsti a Palermo, Paternò, Augusta e
Casteltermini – oltre ad essere sovrastimati per lo smaltimento dei rifiuti
prodotti dalla Sicilia, emettono una quantità di diossina dieci volte superiore
ai limiti massimi tollerati ma non auspicati dall'Organizzazione mondiale della
sanità (Oms) per l'organismo umano. Un esempio pratico: con l'entrata a regime
dell'inceneritore palermitano di Bellolampo ai 750 mila residenti del capoluogo
siciliano verrebbe inflitta la stessa overdose di polveri tossiche e nocive
“tollerata ma non auspicata” per una megalopoli di 7 milioni e mezzo di
abitanti. Inoltre, contro gli inceneritori, c'è l'opposizione dei sindaci dei
luoghi in cui sono previsti, che in quanto responsabili della salute, per
legge, vanno ascoltati. “Per queste ragioni – dice Genchi – abbiamo ritenuto
che i quattro inceneritori sono incompatibili con il territorio e le
popolazioni”.

Verdetto già scritto

È il verdetto che il responsabile
del “Servizio 3” ha scritto già un anno e mezzo fa, quando gli inceneritori
cominciavano a muovere i primi passi. Un verdetto che però Gioacchino Genchi
non ha fatto in tempo a emettere formalmente, perché proprio nel momento in cui
stava per farlo, Totò Cuffaro, annusata l'aria al secondo piano di via Ugo La
Malfa 169, bloccò in extremis la sentenza. In che modo? Esattamente come è
stato per la seconda volta fatto l'8 gennaio scorso: rimuovendo Genchi dalla
direzione del Servizio.

Ma nel settembre 2005 il
governatore siciliano fece male i calcoli. Pensava che una volta eliminato
Genchi dal “Servizio 3”, il problema per gli”intoccabili 4” sarebbe stato
definitivamente risolto. Ma non tutte le ciambelle riescono con il buco,
evidentemente. Tant'è che ancora oggi la questione inceneritori è tutt'altro che
chiusa. Sono così tante le irregolarità riscontrate nelle procedure che hanno
consentito l'avvio dei cantieri, che nessuno sa esattamente come andrà a
finire. C'è l'inchiesta della magistratura di Palermo sui bandi di gara (gran
parte degli appalti se li sono aggiudicati varie società capitanate dal gruppo
Falk) pubblicati soltanto in Italia e non in tutta Europa come invece
stabilisce la normativa; c'è poi la procedura d'infrazione della corte europea
di giustizia per violazione della direttiva Ue sulla raccolta differenziata dei
rifiuti, relegata dal piano Cuffaro ad optional anche rispetto al decreto
Ronchi del '97; e c'è, soprattutto, l'indagine amministrativa del ministro
dell'ambiente Pecoraro Scanio che ha riscontrato, otto mesi fa, “gravi illeciti”
sulle autorizzazioni delle emissioni in atmosfera concesse alle ditte
appaltatrici dal suo predecessore Altero Matteoli. Fu infatti l'ex ministro di
An ad acquisire i poteri sostitutivi sulle stesse concessioni una volta
azzerata l'autorità siciliana (Genchi) istituzionalmente preposta a farlo.

Era il mese di giugno del 2006,
quando Matteoli e gli altri due ministri Francesco Storace (salute) e Pietro
Lunardi (attività produttive), proprio nell'ultimo giorno del governo
Berlusconi a palazzo Chigi diedero il via libera agli inceneritori. Ma i nulla
osta, come peraltro fecero notare tre tecnici dello stesso ministero a
Matteoli, non potevano essere concessi perché erano abbondantemente scaduti i
termini di legge. Erano passati più di 900 giorni dal momento in cui le ditte
ne avevano fatto richiesta. La normativa prevede che tali risposte devono
essere invece date “entro 90 giorni”.

Le autorizzazioni alle emissioni
di gas serra sono dunque “illegittime” e in quanto tali andrebbero annullate.
Dopo l'indagine Pecoraro Scanio annuncia effettivamente di volerle revocare, ma
la revoca non è mai avvenuta, perché il ministro verde non è riuscito ad avere
il benestare degli altri due ministri Livia Turco (sanità) e Pierluigi Bersani
(sviluppo economico). È arrivata invece la “sospensione per 60 giorni” dei cantieri
intanto avviati. Il decreto interministeriale è di questi giorni ed è la
sostanziale ratifica delle conclusioni della conferenza dei servizi tenutasi a
Roma il 22 novembre scorso con la partecipazione dello stesso Cuffaro. Ed è
proprio in questa assise che emerge la possibilità concreta che la decisione
ultima sulle autorizzazioni per le emissioni torni di nuovo a Palermo, e
precisamente al servizio antinquinamento di via la Malfa, ossia nello stesso
luogo da cui era stata maldestramente sottratta nel settembre 2005 con la prima
rimozione di Genchi.

Totò Cuffaro torna così a
tremare. È preoccupatissimo. Toglie perfino il saluto all'allora direttore
generale del dipartimento ambiente e territorio Giovanni Lo Bue, colpevole, a
suo dire, di non aver fatto un “buon lavoro” sospendendo l'anno prima Genchi
per soli cinque mesi. Al funzionario scomodo è stata infatti restituita la
direzione del “Servizio 3”, dove da questo momento in poi – siamo alla fine del
2006 -si potrebbero appunto ridiscutere le sorti degli inceneritori. È a questo
punto che entra in campo Tolomeo il manesco. Dopo anni passati a capo di una
struttura regionale di ultimo ordine, è stato appena nominato al vertice di un
dipartimento importantissimo. È l'uomo giusto al posto giusto per scatenare la
seconda guerra preventiva al temuto responsabile del “Servizio 3”. È una guerra
lampo che Tolomeo mette in pratica, come si diceva, l'8 gennaio, quando
Gioacchino Genchi, con i metodi fascistoidi che abbiamo visto, viene nuovamente
rimosso dall'incarico.

Al suo posto ora c'è un geologo,
Salvatore Anzà, che a quanto si vocifera in assessorato non avrebbe alcuna
preparazione sui nuovi compito che lo aspettano. Ma è un aspetto del tutto
secondario. La cosa più importante è che sia “persona assolutamente affidabile”
per gli obiettivi di sua maestà Totò Cuffaro.

Massimo Giannetti, Palermo
Il manifesto, 18 febbraio 2007

Il grande business degli inceneritori

3mila miliardi in 20 anni per bruciare tutti i rifiuti
siciliani

La Sicilia non è soltanto la
regione tra le più inquinate d'Italia. È anche la regione che per quanto
riguarda lo smaltimento dei rifiuti è tra le ultime nella classifica della
raccolta differenziata: intorno al 3%. Percentuale che per legge dovrebbe essere
portata al 40% entro il 2008 e al 60% entro il 2011. Se così dovranno andare le
cose, perché allora costruire quattro mega inceneritori progettati per bruciare
più o meno la stessa quantità di rifiuti prodotti annualmente dalla regione,
pari a due milioni e 252 mila tonnellate? Se venisse rispettata la normativa
sulla raccolta differenziata la quantità di rifiuti destinata all'incenerimento
dimezzerebbe in cinque anni. Ecco perché gli inceneritori sono fortemente
contestati dagli ambientalisti e dalle comunità locali. Ma i rifiuti sono un
business troppo ghiotto: è infatti di 75 euro per ogni tonnellata di rifiuti
consegnata agli impianti il budget che le ditte riceveranno se i quattro
“mostri” dovessero diventare realtà. A conti fatti, esclusi gli introiti che ne
deriverebbero dalla vendita all'Enel dell'energia elettrica prodotta dagli
stessi inceneritori, è un affare di almeno tremila miliardi in venti anni,
tanti quanti ne prevede il bando di gara per la gestione degli impianti da
parte delle ditte vincitrici degli appalti.

Superburocrate
sfiduciato, guerra tra dirigenti al Territorio

È ormai guerra aperta tra il
direttore del dipartimento regionale Territorio, Pietro Tolomeo, e il dirigente
del servizio Tutela dall’inquinamento atmosferico, Gioacchino Genchi, di cui
Tolomeo ha disposto lo spostamento al servizio qualità delle acque. Ieri
l’assemblea nazionale dei Cobas ha espresso “solidarietà” a Genchi -
funzionario che “sin dagli anni Settanta si è impegnato nella difesa
dell’ambiente“, e che in mattinata ha partecipato a una manifestazione delle
Rdb davanti all’assessorato di via La Malfa - accusando la Regione di “averlo
sospeso dall’impiego”.
“Non c’è nessuna sospensione,
Genchi è stato semplicemente assegnato a un incarico che aveva ricoperto per
anni - si difende Tolomeo - e si confà maggiormente alle sue caratteristiche
professionali, nell’ambito di una riorganizzazione complessiva del
dipartimento”. Nei giorni scorsi a fianco di Genchi si sono schierati la CGIL e
rappresentanti dell’Unione e della Cdl all’Ars, che con una mozione traversale
ha anche “sfiduciato” il direttore del dipartimento. Tolomeo sulla vicenda ha
prodotto due relazioni, una alla Procura della Repubblica e una alla Corte dei
conti. Ma la guerra tra i due, iniziata ai primi di gennaio, genera le prime
conseguenze: il servizio del quale Genchi è responsabile, che si occupa di
emissioni in atmosfera, è fermo da quasi un mese. E Confindustria ha
indirizzato una lettera alla Regione lamentando il fatto che l’attività di numerose
imprese in attese di nulla-osta è ferma.



La Repubblica, 7 febbraio 2007 Cronaca di Palermo

Acquisito il carteggio sul via libera concesso dall’ex ministro Matteoli

Inchiesta sull’inceneritore, dubbi sulle autorizzazioni

I pm ispezionano il cantiere di Bellolampo

La Procura vuole vederci chiaro sugli interessi e sulle procedure per la realizzazione del mega inceneritore da 500 gigawatt nell’area dell’ex poligono di tiro di Bellolampo. I magistrati Geri Ferrari e Sara Micucci, del pool Ambiente, hanno aperto un’inchiesta e svolto un sopralluogo sulla sommità della montagna, insieme con i carabinieri del Noe e i vigili del Nopa. Una ricognizione nel cantiere delle aziende incaricate di fornire la struttura al raggruppamento di imprese capitanate da Actelios, del gruppo Falck, che si è aggiudicato un project financing con investimenti da 2,5 miliardi di euro.

A Bellolampo le ruspe hanno già spianato un terreno pari ad almeno sei campi di calcio per far sorgere in tre anni uno dei quattro termovalorizzatori fortemente voluti dal governo Cuffaro e sui quali il ministro dell’ambiente Alfonso Pecoraro Scanio ha sollevato più di una perplessità, minacciando di revocare le autorizzazioni.

Il contenzioso tra Roma e Palermo, apertosi all’insediamento del governo Prodi, non è stato ancora risolto. Sul cantiere pesa la scure di una illegittimità dei nulla osta rilasciati dal ministero quando alla guida c’era Altiero Matteoli. I magistrati hanno già convocato uno dei testimoni chiave della vicenda, il funzionario regionale Gioacchino Genchi, sospeso una prima volta e poi rimosso dalla responsabilità delle emissioni in atmosfera, in coincidenza dei passaggi cruciali nel controverso iter burocratico.

Sul piano amministrativo le tappe fondamentali si giocano tra l’autunno del 2005 e la primavera dell’anno scorso. Nell’ottobre del 2005 all’assessorato Territorio e ambiente il gruppo Falck sollecita l’autorizzazione. Genchi, nettamente contrario a dare il via libera, a quel tempo è sospeso. Neppure il funzionario che lo sostituisce, nonostante le insistenze del subcommissario all’emergenza rifiuti, Felice Crosta, dà il parere. A quel punto l’azienda si rivolge a Roma. Dal ministero arriva il sì firmato dal gabinetto di Matteoli contro il parere degli stessi uffici del dicastero. Genchi, frattanto rientrato in servizio, solleva la questione della illegittimità. Il ricorso al gabinetto sarebbe avvenuto fuori termine e il nulla osta non sarebbe stato supportato da tutti i pareri. Cambia il governo e interviene Pecoraro Scanio. Anche il ministro propende per l’illegittimità e convoca due conferenze di servizio. Il cantiere, partito a luglio scorso, va comunque avanti. L’azienda ha dalla sua l’assenza di una revoca formale e la copertura del presidente Cuffaro, deciso a chiudere la partita a ogni costo.



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